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Immobilizzazione spinale: tra passato, presente e futuro

Giacomo Sebastiano Canova

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Da anni il principio che guida l’assistenza preospedaliera al paziente politraumatizzato è “immobilizza fino a prova contraria di lesione spinale” e il motivo sottostante è sempre stato quello di prevenire o ridurre il danno secondario al midollo spinale causato da potenziali lesioni della colonna vertebrale.

Nonostante ciò, non esistono in letteratura evidenze che supportino l’utilizzo dei presidi di immobilizzazione; anzi, negli anni sono sempre più emerse prove che mostrano come l’immobilizzazione del rachide in quanto a prevenzione e a esiti clinici non sia così evidente.

Inoltre, parlare di “immobilizzazione” è concettualmente sbagliato, in quanto con i presidi attualmente disponibili non si è in grado di immobilizzare completamente il rachide. Oltre a ciò, l’immobilizzazione spinale presenta alcune problematiche quali dolore, disconfort, lesioni da pressione, compromissione respiratoria, aumento della PIC, aumento della diagnostica effettuata in Pronto Soccorso, riduzione della qualità dell’imaging, aumento del tempo di permanenza sulla scena e aumento dei costi.

Alla luce di ciò è oramai necessaria una revisione della pratica dettata soprattutto dal fatto che tra i pazienti vittime di trauma più del 96% non presenta alcuna lesione a carico della colonna. Vanno dunque adottati sistemi in grado di individuare quali pazienti beneficino veramente dell’immobilizzazione.

Nel corso degli ultimi anni si sono susseguite diverse evidenze a supporto di questa pratica. Il primo è un Position Statement pubblicato dall’American College of Surgeons Committee on Trauma, dall’American College of Emergency Physicians e dal National Association of EMS Physicians, nel quale non si parla più di “immobilizzazione spinale”, bensì di “spine motion restriction” (SMR). Queste tre società convengono che per ottenere una restrizione del movimento spinale mantenendo in asse il rachide siano necessari tre presidi: collare cervicale, cinghie di immobilizzazione e lettino dell’ambulanza. Alla luce di ciò sono stati definiti i nuovi criteri per applicare la SMR: GCS <15, Intossicazione, Dolore al collo o alla schiena e/o alla pressione della linea mediana del rachide, Presenza di segni neurologici focali e/o sintomi, Deformità anatomica della colonna vertebrale, Circostanze o lesioni distraenti, Lesioni che compromettono la capacità del paziente di contribuire a un esame affidabile.

Oltre al Position Statement, un’ulteriore importante evidenza sull’argomento è rappresentata dalle nuove Linee Guida sulla stabilizzazione del rachide per i pazienti adulti pubblicate nel 2019 sullo Scandinavian Journal of Trauma, Resuscitation and Emergency Medicine. Esse cambiano definitivamente il paradigma dell’immobilizzazione incontrollata di tutti i pazienti, producendo al tempo stesso un nuovo strumento di triage per attuare la stabilizzazione spinale. L’algoritmo decisionale è descritto in Figura allegata.

Anche le ultime indicazioni IRC sul Prehospital Trauma Care seguono questa direzione.

In conclusione, è necessario riflettere sulla pratica quotidiana e sui protocolli in uso in quasi tutte le Centrali Operative 118 italiane, in quanto mentre da una parte le prove pubblicate in letteratura vanno in una direzione, il nostro sistema di emergenza sembra vivere un anacronismo.

Tuttavia, non va tralasciato il fatto che in molti contesti l’assistenza al paziente traumatizzato viene effettuata in prima (e quasi unica) battuta da personale non sanitario. Lasciare completamente in mano a questa tipologia di soccorritori la decisione in merito alla stabilità clinica e alla valutazione di deficit neurologici potrebbe rappresentare un importante limite nell’applicazione.

Immobilizzazione spinale: tra passato, presente e futuro

Orale

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